Bianco.

Se qualcuno cercasse
di capire il tuo sguardo
Poeta difenditi con ferocia:
il tuo sguardo son cento sguardi
che ahimè ti hanno guardato
tremando.
Alda Merini

Se qualcuno cercasse
di capire il tuo sguardo
Poeta difenditi con ferocia:
il tuo sguardo son cento sguardi
che ahimè ti hanno guardato
tremando.
Alda Merini

Una notte d'estate,
stanca di vivere,
ho scritto il mio memento mori.
L'ho attaccato sulla fronte
con una puntina
così che ogni mattina,
guardandomi allo specchio,
io possa ricordarmi
che anche io devo morire.
E forse proprio oggi.
Volevo disegnare sul muro della mia stanza persone che muoiono urlando di voler vivere. É la paura più grande che ho, questa. Volevo disegnarla sulle pareti della stanza, quella morte, volevo toglierlo dalle pareti del mio corpo, quell'orrore. Non accetterò mai di dover sottostare a questa vita, a quella morte. La notte piango perchè io so che devo morire. La notte piango perchè ho una paura che mi mangia dai piedi sempre più in alto mi mangia la paura di morire mi mangia. Non c'è niente di peggio di non vivere per paura di morire. Non c'è niente di peggio di non vivere.
Non c'è morte peggiore di questa morte, continua, lenta, disperante.
La morte, ecco com'era morire.
Mi guardo allo specchio e mi ripeto che lo sapevo, sorridendo, lo sapevo.
Sapevo che un giorno ti avrei incontrata, sapevo che ci saremmo guardate negli occhi e subito ci saremmo lasciate sorridere, così, l'una sull'altra, già strette in un bacio. Sapevo anche che ti avrei amata, sapevo più che altro che mi sarei resa conto di conoscerti e di amarti da sempre.
Sapevo che saresti stata subito parte della mia vita, parte di me. Una parte essenziale, necessaria. Una parte che se non ce l'hai non esisti, magari non te ne rendi conto, ma non esisti. Sapevo che lo eri stata da sempre. Ed io quindi non ero mai esistita, di conseguenza, sì. Non ero mai stata felice, mai infelice, non ero mai stata, senza di te. Mai abbastanza, mai tanto così.
Sapevo che ti avrei amata come una madre, una figlia, una sorella. Sapevo che per te avrei dato tutto, e tu tutto per me, rimanendo orfane del mondo, gravide di una felicità che non sarebbe esistita al di fuori di noi.
Sapevo che non avrei avuto bisogno d'altro che di te,
e che tu non avresti voluto altro che me.
Sapevo che sarebbe bastato.
Sei qui, ora, amore.
Sei qui e io so che esisto, so che vivo.
Sei qui tanto che io sono felice di esserci.
Per i nostri giorni di amore,
amore
e anche per tutti gli altri,
che ugualmente non sanno essere
se non d’amore,
amore.

Per tutte le volte in cui ho pianto, dando le spalle ad una partenza,
per quante volte ci ho viste andare via,
per le lacrime, per le urla, per la rabbia,
per tutti quei momenti in cui siamo state troppo sole e troppo lontane per poterci consolare.
La gioia immensa del ritrovarci, amore.
Per tutte le volte in cui ho supplicato il cielo di darmi la forza di non cercarti più,
per aver pensato che forse stavo meglio prima,
che forse starei meglio senza.
Ogni canzone, ogni poesia, ogni pensiero,
anche un solo ricordo che ci vede insieme,
amore.
Per tutto il tempo perso,
per ogni giorno che sarebbe stato meglio non vivere,
per tutto quello che non riesco ad afferrare e lascio scivolare via.
La vita
di una sola ora,
insieme a te.
Per quando spero di tornare ad essere niente,
pur di riuscire a non sentire più tutta questa rabbia,
tutto questo male.
La tua voce che chiude i miei occhi,
che calma i miei pensieri,
e addormenta piano la sera su di me.
Per questi infiniti giorni di niente.
Il non riuscire a rinunciare a tutto questo soffrire,
pur di tenere in me quel pensiero di noi,
insieme,
anche solo un’altra volta,
amore.
Caro amore,
le mie giornate non sono più nient’altro che ore da consumare. Un mese come fosse un giorno, aspetto la sera per riabbracciarti, come di ritorno dal lavoro. Ritorno a me stessa a fine mese, all’inizio di quello nuovo. In quello spazio in cui ci si ritrova. In cui si ritrova se stessi, soprattutto. Il mio calendario è scandito dai nostri incontri.
Conosci la sensazione?
Lascio che fuori piova.
Ci sono giorni in cui apro la bocca perché piova dentro. Ci sono giorni in cui la bocca la rovescio verso il basso, per svuotare le pozzanghere. Ma non basta mai. Così quelle straripano, tanto che esce pioggia anche dagli occhi, che non sono dei buchi. Ma tanta acqua c’è, che esce anche da lì. Ti rendi conto? Per quanto tempo è piovuto, amore. Per quanto tempo non c’è stato altro.
Conosci la sensazione.
Conosco gli occhi di chi muore, ho paura della vita appena nata.
Conosco la nebbia, la pioggia, la grandine. Conosco il cielo quando diventa basso e grigio, che chissà cosa c’è da nascondere, lassù.
Conosci me, nuda sotto la grandine mi conosci, nuda sotto le tue mani mi conosci, nuda mi conosci. Come non mi sono mai sentita libera di esserlo con nessuno, mai.
Conosco la morte tra le mie gambe, sulle mie braccia, sui miei occhi.
Ho conosciuto la morte, tu mi hai portato la vita.
E per questo muoio di dolore ogni volta che ti vedo andare via. Come se mi venisse privata, quella vita, dopo avermela fatta appena spiare. Conosci questo dolore?
L’aver nelle mani la vita e doverla lasciare andare via.
Caro amore,
le giornate sono tempo che scivola.
Le giornate sono tempo che tento di far scivolare via, ma gratta sulla pelle e a volte sembra non voler passare.
Quanto sono lunghe le giornate quando non hai un motivo per viverle, amore.
Non aspetto altro che la sera per sentirti, attraverso un cavo di mille chilometri e più, sentirti. Amore è piangermi ogni volta che mi accorgo di quanto non posso avere. Amore è piangere quando ti vedo partire, quando spengo la tua voce sul mio orecchio e non resta altro. Amore è portarsi avanti, nonostante tutto questo piangere.
Mi chiedo se quella vita non sia adatta a me. Come se la vita stessa rifiutasse di essere, in me. Come se io la rifiutassi.
Basterebbero un treno e una valigia, forse, per nascere. Basterebbe la forza di darsi un inizio.
Dov’è? Perché sempre resto qui?
Caro amore,
le giornate sono solo il metro di misura con cui calcolo l'assenza.
Solo il pensiero di poterti vivere, un giorno prima o poi, mi porta avanti. Solo il pensiero di poter vivere, un giorno, impedisce alle mie mani di mettere fine al mio respiro, ora.
Cos’altro c’è? Cos’altro ho?
Sono tempo da bruciare svelto nell’attesa.
Caro amore,
mai avrei pensato mai, di poter essere così tanto dipendente da una persona,
tanto da pensare che in questa stia la condizione d’esistenza della mia vita stessa.
Mai avrei pensato, caro amore, mai avrei pensato.
Non avere una tomba su cui piangermi non fa di me una sopravvissuta.
Non il sole mi sveglia la mattina,
non la sazietà di un riposo immeritato,
non uccelli né sveglierumoriluciurgenzeincubi né.
Il pensiero di te mi porta altrove,
solo lì io mi ritrovo,
solo lì sorrido piango urlo.
Solo lì conservo quello che di me ancora è vivo.
Qua sono solo un asettico silenzio.
Non avere una tomba su cui piangermi non fa di me una sopravvissuta.
Guardo il sole tramontare, non sentendomi parte della vita tutta che mi circonda.
Impermeabile.
Tutto su me scivola.
Non avere una tomba su cui piangermi non fa di me una sopravvissuta.
Sono il ricordo della tua mano nella mia.
Un’assenza che non fa rumore, ma lascia spazi,
incolmabili, per definizione.
Non c’è luce. Non ho voce.
Non avere una tomba su cui piangermi non fa di me una sopravvissuta.
Un quadro vecchio
il colore che cade, a pezzi,
lo sgretolarmi.
I singhiozzi del nostro pianto scandiscono il mio tempo,
il mio morire.
Non avere una tomba su cui piangermi non fa di me una sopravvissuta.
E lo so, che essere tomba di me stessa non è la soluzione,
ma è l’unica cosa che resta.
Il sabato sera guardo programmi di Maria De Filippi e piango.
Hai bisogno di altre prove? Ho bisogno di altre prove?

Il primo giorno del mese è sempre più vicino all'ultimo.
Così come è sempre meno il tempo che resta
tra l'ora in cui mi sveglio e quella in cui torno a dormire.
Mi accorgo che il tempo passa
quando guardo il calendario,
e vedo che è l'ennesimo fine settimana,
di quelli in cui fino a qualche tempo fa morivo,
in cui ora non posso fare altro che riconfermarmi
morta.
Sento il suono dei miei passi
sento che respiro,
mi ascolto parlare con la gente,
mi sposto,
bevo, mangio, cago, dormo.
Ma non sento altro, non sono altro.
Non sento niente. Non sono niente.
La tua assenza è la mia assenza.
E capirlo
è dichiararmi morta.
Ma io non mi dispero più.